Hybridation et forme : Júlio Pomar et Joana Vasconcelos

Vasconcelos1

Al Centre Culturel Calouste Gulbenkian, Júlio Pomar e Joana Vasconcelos danno vita ad un turbinio di forme. Nella mostra A la mode de chez nous, i due artisti rivisitano l’opera del ceramista portoghese Rafael Bordalo Pinheiro (1846-1905) e della Fábrica di Faianças di Caldas da Rainha, creando nuove forme a partire dai suoi stampi e dal suo repertorio scultorico. Le opere abitano e vivificano con elegante armonia lo spazio all’interno del magnifico hôtel particulier, in passato residenza parigina di Calouste Gulbenkian.
Una creatura fantastica, tentacolare
opera-tricot di Joana Vasconcelos accoglie il visitatore : sorta di enorme drago sottomarino, medusa, serpente, un essere inquietante il cui carattere vagamente minaccioso è sdrammatizzato però dai colori vivaci e dalla materia, carica di femminilità, di una sensazione di calore e di mani sapienti e amorevoli (Contamination, 2008). Si srotola dalla sala principale, invade sinuosamente gli spazi, sale le scale nobili e le occupa, fino a giungere, esaurendosi, al piano superiore. Una sorta di filo d’Arianna che il visitatore segue, esitante.

Au Centre Culturel Calouste Gulbenkian, Júlio Pomar et Joana Vasconcelos donnent vie à un tourbillon de formes. Dans l’expo A la mode de chez nous, les deux artistes revisitent l’œuvre du céramiste portugais Rafael Bordalo Pinheiro (1846-1905) et de la Fábrica di Faianças di Caldas da Rainha, en créant des nouvelles formes à partir de ses moules et de son répertoire sculptural. Les oeuvres habitent et vivifient l’espace avec une harmonie savante dans le magnifique hôtel particulier qui était auparavant la résidence parisienne de Calouste Gulbenkian.
Une créature fantastique, tentaculaire, oeuvre au tricot de Joana Vasconcelos accueille les visiteurs : espèce de dragon sous-marin, méduse, serpent, il s’agit d’un être inquiétant dont le caractère vaguement menaçant est dédramatisé par les couleurs vives et la matière. Le tricot est une matière chargée de féminité, dégage une sensation de chaleur et de mains savantes et affectueuses (
Contamination, 2008). Elle se déroule dans la salle principale, envahit de façon sinueuse les espaces, monte sur les escaliers nobles, les occupe, jusqu’à rejoindre et s’évanouir à l’étage supérieur. C’est une sorte de fil d’Ariane que le visiteur suit, hésitant.

… continue

Indiscrète

piedi_calzettinerimouffetar

Il y a des différents types de délits de mode. Ceux qu’on pardonne et ceux qu’on ne peut vraiment pas pardonner. Ceux qui sont si détestables et non seulement n’ont pas d’excuses possibles mais provoquent des réactions incontrôlables : des frissons au dos, des tentatives de diaboliser le sujet en question. Je pense par exemple à ce que j’éprouve quand je vois une paire de chaussettes blanches, un genre de délit malheureusement encore très répandu dans l’univers masculin. Il y a des délits intentionnels et des délits commis par imprudence : ce que l’on doit à l’indifférence ou au manque de goût. Ceux que l’on commet, surtout quand on est jeune, afin de se conformer à l’identité d’un groupe sans se questionner vraiment sur le côté esthétique du choix. La mode de la rue, celle des gens qui peuplent la rue, c’est un monde à part qui est le plus souvent imperméable aux diktats de la mode officielle. Et s’il est perméable, il s’autorise une grande marge de libre interprétation. Il est souvent imperméable au bon sens, aussi. C’est un monde à découvrir. Il est, pour la plus part du temps, le résultat d’un compromis, d’un mélange de fonctionnalité, économie, praticité et personnalité, loin de la mode comme on l’entend normalement. Raisons d’armoire. Il n’y a pas de règles figées. C’est un street-unstyle et en détecter les différentes formes constitue souvent un exercice de recherche de la beauté dans la laideur.
Parmi les délits de
look il y a un genre que je chéris en particulier : la négligence naïve. La négligence naïve provoque dans son spectateur un sourire attendri, parce qu’elle dénonce une tentative d’endimanchement qui chute tout aussi librement sur le détail. Parce qu’au fond de soi-même, on sait que ce n’est pas bien ce qu’on est en train de faire mais on le fait quand même, convaincus que ce n’est pas si grave que ça, que personne ne saura. Personne ne sera là pour le remarquer. Mais non, voilà la naïveté, il y a toujours un oeil sans pitié, prêt à enregistrer.

Ci sono diversi tipi di delitti di moda . Ci sono quelli che si perdonano e quelli che veramente non si possono perdonare. Quelli che sono talmente detestabili da non solo non avere scuse possibili ma da provocare delle reazioni incontrollabili : brividi giù per la schiena, tentativi di demonizzare il soggetto in questione. Penso per esempio a quello che provo alla vista d’un paio di calzetti bianchi, un genere di delitto purtroppo ancora molto diffuso nell’universo maschile. Ci sono i delitti preterintenzionali e i delitti colposi: quelli dovuti all’indifferenza o alla mancanza di gusto. Quelli che si commettono, soprattutto da giovani, per conformarsi all’identità di un gruppo, senza porsi veramente grandi domande sul lato estetico della scelta. La moda della strada, quella della gente che popola la strada, è un mondo a parte che resta il più sovente impermeabile ai diktat della moda ufficiale. E se è permeabile, si permette un ampio margine di libera interprezione. È un mondo spesso impermeabile al buon senso, anche. È un mondo da scoprire. Il più delle volte è il risultato di un compromesso, un melange di funzionalità, economia, praticità e personalità, lontano dalla moda come la si intende di solito. Ragioni d’armadio. Non ci sono regole fisse. È uno street-unstyle e rilevarne le varie forme costituisce spesso un esercizio di ricerca della bellezza nella bruttezza.
Tra i delitti di
look c’è un genere che mi è particolarmente caro: la trascuratezza naïve. La trascuratezza naïve provoca nel suo spettatore un sorriso intenerito, perché denuncia un tentativo di farsi belli, mettendosi “il vestito buono” della domenica, che cade inesorabilmente sul dettaglio. Perché in fondo in fondo sappiamo che non è “bene” quello che stiamo facendo ma lo facciamo lo stesso, convinti che non è poi così grave, che nessuno lo verrà a sapere. Nessuno sarà lì per notarlo. Ma no, ecco la naïveté, c’è sempre un occhio senza pietà pronto a registrarlo.

Technorati Tags: ,

Zapping at « Warhol TV »

La mostra Warhol TV alla Maison Rouge è un’immersione nel mondo d’Andy Warhol, uno zapping nella meta-realtà al quale l’artista diede vita nel corso di vent’anni, dai primi video degli anni 60, ispirati alle soap opera televisive, fino alla creazione di Warhol TV negli anni 80. Sugli schermi sfilano all the crazy people che l’artista ha attirato a sé nel corso degli anni per farne il suo mondo caleidoscopico: personaggi provenienti dall’underground newyorkese, cantanti, ballerini, giovani con vocazioni artistiche e con nessuna vocazione, ragazzi dal corpo di efebo, ragazze dalla bellezza lunare che diventeranno le icone dei 60ties, tossicodipendenti, gay, musicisti, attori, transessuali, drag-queen, looser, modelle. Ognuno determinato a diventare una superstar.

L’expo Warhol TV à la Maison Rouge est une immersion dans le monde d’Andy Warhol, un zapping dans la méta-réalité créée par l’artiste au cours de vingt années, depuis les premières vidéos des années 60, inspirées par les soap opera télévisée, jusqu’à la création de Warhol TV dans les années 80. Sur les écrans, on voit défiler all the crazy people que l’artiste a ressemblé autour de lui au cours des années afin d’en faire son monde kaléidoscopique : des « revenants » de l’underground new-yorkais, chanteurs, danseurs, jeunes avec des vocations artistiques et sans aucune vocation, garçons au corps d’éphèbe, filles à la beauté lunaire qui deviendront les icônes des 60ies, droguées, gays, musiciens, acteurs, transsexuelles, drag-queens, loosers, mannequins. Chacun déterminé à devenir une superstar.

… continue

Individualisme des cheminées parisiennes

caminiindividualismo1

Sulla « filigrana dei camini » come « fata morgana » degli intérieurs: « Chi… volge lo sguardo ai tetti degli enormi blocchi grigi dei boulevard, orlati dalle inferriate… diventa edotto su tutta l’inesauribilità individualistica del concetto di « camino »: in larghezza, lunghezza e altezza, si levano, al di sopra delle canne fumarie degli alti zoccoli collettivi in muratura, i tubi finali, da quelli semplici in argilla… così spesso sghembi e mezzi rotti per l’età, fino ai camini piatti di latta e col cappello appuntito a tre piedi… e alle cuffie che girano come visiere, sfondate o aperte da una parte, munite di bizzarre e fuligginose ali di latta… È la fine ironia della forma singola… con cui Parigi ha saputo conservarsi l’incantesimo dell’intimità… Sembra che all’altezza dei tetti si ripeta… il fenomeno, così caratteristico di questa città, del convivere gli uni accanto agli altri con indifferenza ».

Walter Benjamin, I « passages » di Parigi (1982), tr. it. 2000 (op. cit. Joachim von Helmersen, Pariser Kamine, « F<rankfurter> Z<eitung> », 10, II, 1933)

Fenêtre sur cour (1er épisode)

lerbadelvicino_1

« La finestra sul cortile » di Hitchcock è un classico, una fonte d’ispirazione. Voyeurismo, ricerca sociologica, o semplice passatempo? Adoro osservare e dai dettagli ricostruire una storia. Un insieme di tutto questo e molta immaginazione. L’erba del vicino è sempre più verde. L’occhio mi cade oltre la finestra, sul vicino di fronte, lo osservo e mi ritrovo a cercare d’immaginare la sua vita. Rapidamente una punta di invidia si insinua. Perché dopo una rapida e superficiale analisi, mi appare chiaro che l’idillio urbano sia lì, al di là della strada, proprio di fronte. In un appartamento con un balcone soleggiato, dove un uomo, piacente, i capelli brizzolati, si gode il sole pomeridiano sulla sua sdraio. Ha l’aria visibilmente soddisfatta, è probabilmente architetto, ingegnere, un libero professionista, attività che gli consente questi momenti di relax « chez soi ». Rilassato ma non troppo, non perde tempo, non « sconnette », approfitta di questo stacco per parlare al cellulare. Il balcone, una ragazza bella e giovane e un gatto ultra-peloso, che la giovane donzella pettina sul balcone. È troppo per me e il mio ego già sofferente di pseudo-intellettual-precaria. È uno di quei tipici parisiens che a qualsiasi festa eviterei come la peste. Perché non si può reggere il confronto con loro, in questa città in cui la soddisfazione deve essere sempre stellare, l’entusiasmo esagerato : come farei alla fatidica domanda « Qu’est-ce que vous faites dans la vie »?. È troppo perfettino.
Devo dunque cedere ? L’erba del vicino è sempre veramente più verde?
Un dubbio mi sfiora, c’è ancora una possibilità di salvarmi: e se avesse l’alito pesante? E se fosse di una noia soporifera? E se non sapesse ballare? E se la leggiadra donzella lo tradisse?
Tutto è questione di apparenza e di sostanza.

« Fenêtre sur cour » d’Hitchcock est un classique, source d’inspiration. Voyeurisme, recherche sociologique ou simple passe-temps? J’adore observer et à partir des détails reconstruire des histoires. C’est un peu tout ça et beaucoup d’imagination. L’herbe du voisin est toujours verte. L’oeil tombe au-delà de la fenêtre, sur le voisin d’en face, je l’observe et me retrouve à essayer d’imaginer sa vie. Rapidement, une pointe d’envie s’installe. Parce qu’après une analyse rapide et superficielle, il me semble clair que l’idylle urbaine se trouve là, au-delà de la rue, juste en face. Dans un appartement avec un balcon ensoleillé où un homme, plaisant, les cheveux grisonnants, jouit du soleil de l’après-midi sur sa chaise longue. Il a l’air visiblement satisfait, avec ses lunettes de soleil, il est probablement architecte, ingénieur, un travailleur indépendant, ce qu’il lui permet ces moments de relax chez soi. Relaxé « ma non troppo », il ne perd pas son temps, il ne déconnecte pas, il profit de ce break pour parler à son portable. Le balcon, une amie belle et jeune et un chat ultra poilu que la jeune beauté brosse sur le balcon. C’est trop pour moi et mon ego déjà souffrant de pseudo-intello-précaire. Il est un de ces parisiens typiques qu’à n’importe quelle fête je fuirais comme la peste. Parce qu’on ne peut pas soutenir une confrontation avec, dans cette ville où la satisfaction doit être toujours exceptionnelle et l’enthousiasme exagéré : comment ferais-je à la question fatidique « Qu’est-ce que vous faites dans la vie? ». Il est trop « perfettino ».
Dois-je céder donc? L’herbe du voisin est-elle toujours vraiment verte?
Un doute m’effleure, il y a encore une possibilité de me sauver : et si son haleine est insupportable? Et s’il est un ennuyeux soporifique? Et s’il ne sait pas danser? Et si la jeune beauté le trahit?
Tout est question d’apparence et de substance.

Frontières troublées à la Galerie Marian Goodman

yaelbartana_adeclaration1

La videoinstallazione di Yael Bartana alla galleria Marian Goodman si situa simbolicamente sulla sottile linea di un confine, in equilibrio tra instanze contrapposte, spinte centripete e fughe centrifughe. Interroga lo spettatore sul concetto d’identità, di frontiera, in una dialettica d’opposizione, tra dentro e fuori, chiusura e apertura. Lo fa attraverso delle azioni simboliche, parlando del suo paese d’origine, Israele, terra in cui i temi d’identità e frontiera hanno una valenza particolare, drammatica, in cui l’utopia dell’azione artistica e la sua poetica si scontrano con la realtà.

Due video s’alternano in boucle.

L’installation vidéo de Yael Bartana à la Galerie Marian Goodman se situe symboliquement sur la ligne subtile d’un confine, en équilibre entre des instances opposées, des poussées centripètes et des fugues centrifuges. Elle interroge le spectateur sur le concept d’identité et de frontière, en une dialectique d’opposition, entre dedans et dehors, entre fermeture et ouverture. Elle le fait à travers des actions symboliques, en parlant de son pays d’origine, Israël, une terre où les thèmes d’identité et frontière ont une portée spéciale, dramatique, où l’utopie de l’action artistique et sa poétique se heurte à la réalité.

Deux vidéos s’alternent en boucle.

… continue