
Collaudo Collaudi (la brochure), 2009
Ci sono cose che si vorrebbero dimenticare, cancellare con un colpo di straccio. Ma ritornano. La mente ritorna col pensiero e il ricordo, con insistenza, proprio a quelle cose che fanno male. E così, pur avendo cercato di rimuovere, di non parlarne, la mia mente ritorna a Collaudi. Al Padiglione italiano della Biennale. L’attualità politica e le notizie d’oltralpe, ora dopo ora, provocano un cortocircuito continuo che mi impedisce di dimenticare o, semplicemente, di sorvolare. Società e arte. Perché l’arte è il prodotto della società che la crea, anche se spesso la precede. Perché l’arte è politica, anche quando non lo è. L’arte fa politica, anche quando non la fa. E succede che la politica utilizzi l’arte, per plasmarla, e veicolare l’idea del mondo così come lo vorrebbe. E allora si può entrare, come è successo a me, nel Padiglione italiano, nel 2009. E succede di trovarsi di colpo in un universo parallelo, fuori dal mondo e dalla storia. Un inno alla nazione e all’italianità « contemporanea ». Un padiglione italiano al cento per cento. Italianissimo. A partire dai due curatori. I due Beatrice, Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, un nome che rimanda in modo subliminale ad un’italianità lontana, poetica, a delle radici, dantesche. Nel 2009, un omaggio a Tommaso Marinetti. Al futurismo, « unica avanguardia italiana del ’900 » come si annuncia nell’opuscolo illustrativo del Padiglione (e l’arte povera, per esempio?). Come se il tempo non fosse passato. Una reazione rispetto al mondo e alle rivoluzioni occorse in un secolo di storia, di società, di cultura. Sui muri del Padiglione italiano si mostrano pitture figurative, della « bella », classica pittura di « una volta ». Anche se il futurismo e il figurativismo non avevano avuto in comune finora che la rima. Pitture decorative. Confortanti. Il mondo è fuori. La storia è fuori. L’omaggio è all’italianità. E l’Italia di oggi rifugge i cambiamenti e la modernità. L’italianità di oggi è figurativista. Non cavalca i cambiamenti e le rivoluzioni. Così come la società, così l’arte ufficiale. È chiusa in se stessa in un’involuzione che non conosce limiti. Italianissima è la brochure, il tricolore è esposto con fierezza. È un’italianità banalizzata, impoverita, un’immagine stereotipata, sbiadita e grottesca come il menu di una pizzeria pseudo-italiana in giro per il mondo, con una grande bandiera tricolore, qualche foto sbiadita di monumenti e qualche errore di ortografia qua e là. Il Ministro dei beni culturali Sandro Bondi sostiene di non capire l’arte contemporanea. Non facevo fatica a crederci prima, ne ho la certezza ora. Scrivere, per esorcizzare. E ricordare, anche se fa male.
Il y a des choses qu’on voudrait oublier, effacer d’un coup de balai. Mais elles reviennent. L’esprit revient toujours avec insistance, dans le souvenir et la pensée, à ces choses là, celles qui font mal. Ainsi, tout en ayant essayé de le refouler, de ne pas en parler, l’esprit revient à Collaudi. Au Pavillon italien de la Biennale. L’actualité politique et les nouvelles transalpines, heure après heure, provoquent un court-circuit continu qui m’empêche d’oublier, ou tout simplement, de passer outre. La société et l’art. Parce que l’art est le produit de la société qui le crée, même si souvent l’anticipe. Parce que l’art est politique, même quand il ne l’est pas. L’art fait de la politique, même quand il ne le fait pas. Et il arrive que la politique utilise l’art, le façonne, afin de véhiculer l’idée du monde ainsi comme elle le rêve. Et alors il peut arriver de rentrer, comme il m’est arrivé à moi, dans le Pavillon italien, en 2009. Et se retrouver soudainement dans un univers parallèle, en dehors du monde et de l’histoire. Un hymne à la nation et à l’italianité contemporaine. Un pavillon italiano au cent pour cent. Italianissimo. À partir des curators. Les deux Beatrice, Luca Beatrice et Beatrice Buscaroli, un nom qui renvoie de façon subliminale à une italianité lointaine, poétique, à des racines, dantesques. En 2009, un hommage à Tommaso Marinetti. Au futurisme, « la seule avant-garde italienne du XXème siècle », comme il est annoncé dans la brochure illustrative du pavillon (et l’arte povera, par exemple?). Comme si le temps n’était pas passé. Une réaction envers le monde et les révolutions d’un siècle d’histoire, de société, de culture. Sur les murs du Pavillon italien on montre des peinture figuratives. De la « belle », classique peinture « d’auparavant ». Même si le futurisme et le figurativisme n’avaient eu jusqu’à là en commun que la rime. Des peintures décoratives. Paisibles. Le monde est dehors. L’histoire est dehors. L’hommage est pour l’italianité. Et l’Italie d’aujourd’hui refoule les changements et les révolutions. Comme la société, ainsi l’art officiel. Elle est enfermée en soi-même dans une involution qui ne connaît pas de limites. Italianissima est la brochure, le tricolore s’y trouve exposé avec fierté. Il s’agit d’une italianité banalisée, appauvrie, une image stéréotypée, décolorée et grotesque comme un menu d’une pizzéria pseudo-italienne n’importe où dans le monde, avec un grand drapeau tricolore, quelques photos décolorées de monuments et des erreurs d’orthographe ici là. Le Ministre de la culture Sandro Bondi affirme de ne rien comprendre à l’art contemporain. Je pouvais arriver à le croire, avant. Maintenant, j’en suis certaine. Écrire, afin d’exorciser. Et se souvenir, même si ça fait mal.
Collaudi, spiegata da Luca Beatrice, curator. Collaudi, expliquée par Luca Beatrice, curator.
53a Biennale di Venezia, Arsenale. Fare Mondi. Making Worlds fino al 22.11.09





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2 Commentaires
Non credo che il figurativismo comporti degli aspetti necessariamente negativi dal punto di vista artistico, però in effetti al padiglione italiano non ho riscontrato la sperimentazione o la messa a punto di cui parla Beatrice. Piuttosto il padiglione è la quintessenza dell’atteggiamento da aperitivo chic meneghino, di cui peraltro è indice il linguaggio utilizzato in apertura di intervista.
Nell’ottocento, nel novecento forse. Nel 2009 sì, la pittura figurativista è un problema, soprattutto se chiamata a rappresentare la scena artistica contemporanea. E soprattutto se l’intervento politico sembra aver pesato non poco. A meno che non si abbia realmente qualcosa da dire attraverso la pittura figurativista. Ma non era il caso del padiglione italiano. L’unico messaggio chiaro era l’aria irrespirabile dell’Italia di oggi, il tentativo disperato di trattenere il paese intero fermo e opposto ai cambiamenti anche attraverso la proposta artistica. Con un richiamo populistico al sentimento nazionale e a pseudo-nobili radici culturali. Ricordava un po’ quel ritorno alla « maniera etrusca » degli anni venti. E il linguaggio di Beatrice non è degno di commenti.
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