Maurizio Cattelan, L.O.V.E, Piazza Affari, Milano dal 24 settembre al 3 ottobre 2010
Quando l’arte sembra aver esaurito il suo potere impattante, quando gli sguardi sembrano assuefatti e acritici, felice è l’occasione di vedere che ancora un’opera d’arte riesce sorprendentemente a creare polemica, imbarazzare le istituzioni, indignare il pubblico. Sarebbe un’occasione felice se, invece, il movimento di reazione scatenato non si muovesse nel senso sbagliato (non verso la luna ma all’indice che la punta) ovvero contro l’arte, rivelandosi – purtroppo e ancora – un’occasione per svelare l’ipocrisia e l’analfabetismo visivo imperante. Maurizio Cattelan, L.O.V.E, Piazza Affari, Milano. L’indignazione scatenata dalla scultura è mossa principalmente da ragioni di decoro, buon costume, buon gusto. Una crociata contro la volgarità. La volgarità viene accettata supinamente (o, positivamente, di buon grado la si elegge come stile di vita) nella comunicazione privata e pubblica, nel discorso politico. Ma non nell’arte. L’idea comunemente diffusa sull’arte è che l’arte debba essere bella, accondiscendente e muta. Cioè tutto il contrario della realtà. L’arte non sarebbe fatta quindi per aprire interrogativi e spiragli di inquietudini, farsi apertura sul mondo, sarebbe fatta per pacificare gli spiriti, diffondere davanti agli occhi una tranquillizzante, vaporosa e profumata coltre di fumo fatta di una presupposta (falsa?) bellezza, che impedisca veramente di vedere il mondo e la sua bruttezza e di sentirne il fetore (se possibile). Maurizio Cattelan è accusato di essere volgare e/o inutilmente e facilmente provocatorio. Mi permetto di non essere d’accordo. Innanzitutto per una questione puramente formale. Pare che si voglia identificare univocamente la scultura con il gesto volgarmente noto (in Italia e in occidente) anche come vaffaculo. Ai miei occhi, questa facile lettura non è per nulla certa né veritiera, ma è piuttosto influenzata da uno sguardo abitato e indirizzato da un certo codice linguistico e visivo, da una certa visione del mondo. Da uno sguardo ‘non puro’. Il fatto di riconoscere nella scultura il rinomato gesto è possibile solo perché lo si vuole vedere come tale o perché non lo si può vedere altrimenti. Perché i propri occhi – semianalfabeti ovvero che non sanno o non prendono il tempo di leggere l’immagine per vederla veramente – non ci permettono di vedere che, tanto per cominciare, non si tratta proprio di un gesto.
Ressemblance informe, ambigüité fluide d’extrêmes dont l’image fusionne : rétine et rectum, orifices du corps aux antipodes. Comme marguerites qui s’ouvrent et se referment dans un mouvement de réception et expulsion.
Ressemblance informe, ambiguità fluida di estremi la cui immagine si fonde: retina e retto, orifici del corpo agli antipodi. Come margherite che si aprono e si richiudono in un movimento di ricezione ed espulsione.
À l’époque de la fertilité apprivoisée, où le secret de la vie semble dévoilé et maîtrisé, où la nature est droguée, violée, bridée, stérile, fertile ou sur-fertile à plaisir, les grossesses pilotées, les enfants crées à la commande, les brebis clonées, l’art envahissant, hypertrophié et les artistes prolifèrent, la création enchaine la destruction : comment rester fertiles, malgré tout ? Gerda Steiner & Jörg Lenzlinger construisent un univers éphémère fait d’une nature métamorphique, polymorphe, où les formes jaillissent, se croisent donnant naissance à des êtres hybrides sortis d’une fantaisie à la vigueur spontanée d’une forêt tropicale.
All’epoca della fertilità addomesticata, in cui il segreto della vita sembra svelato e padroneggiato, la natura è drogata, imbrigliata, sterile, fertile o iperfertile a piacimento, le gravidanze pilotate, i bambini creati alla domanda, le pecore clonate, l’arte invadente, ipertrofica e gli artisti proliferano, la creazione porta in sé la distruzione: come rimanere fertili, malgrado tutto? Gerda Steiner & Jörg Lenzlingercostruiscono un universo effimero composto da una natura metamorfica, polimorfa, in cui le forme scaturiscono, si incrociano facendo nascere degli esseri ibridi usciti da una fantasia dal vigore spontaneo di foresta tropicale.
Emmanuel Perrotin a inauguré son nouvel espace : un premier étage au 76 rue de Turenne (qui va se rajouter au rez-de-chaussée) plus le passage pour accéder directement à la « dépendance » située derrière au 10 impasse Saint Claude (plus besoin de sortir et contourner le bâtiment). Le résultat est impressionnant, démesuré presque, en plein style Perrotin : frôlant le kitsch, sachant humer à la perfection l’air du temps. Ainsi dans le choix de ses artistes. Interprète et précurseur « éclairé » de l’art contemporain qui flirte avec l’argent et le pouvoir.
Emmanuel Perrotin ha inaugurato il suo nuovo spazio espositivo: un primo piano al 76 della rue de Turenne (che si aggiunge al piano terra) più il passaggio per accedere direttamente alla “dépendance” retrostante al 10 impasse Saint Claude (non è più necessario uscire e aggirare l’edificio). Il risultato è impressionante, smisurato quasi, in pieno stile Perrotin: ammiccante/tendente al kitsch, sapendo annusare alla perfezione l’air du temps. Come nella scelta dei suoi artisti. Interprete e precursore “illuminato” dell’arte contemporanea che flirta con il denaro e il potere.
Oncle Boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures, un film d’Apichatpong Weerasethakul, Thaïlande, 2010 (1 h 54) avec Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas, Sakda Kaewbuadee. Palme d’or au Festival de Cannes 2010.
Il y parfois des beautés qui nous laissent muets. Il n’y pas forcément des raisons pour les aimer, pas d’espace pour la raison. Davantage de l’art vidéo que du cinéma. Se laisser emporter par la beauté des images. C’est juste beau.
Ci sono a volte bellezze che lasciano muti. Non ci sono per forza delle ragioni per amarle, uno spazio per la ragione. Più video art che cinema. Lasciarsi trasportare dalla bellezza delle immagini. È semplicemente bello.
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