Teorema, Pier Paolo Pasolini: vocazione e tecniche

Teorema, un film de Pier Paolo Pasolini, Italie, 1968 (1h45), avec Silvana Mangano, Laura Betti, Terence Stamp, Anne Wiazemsky, Massimo Girotti, Ninetto Davoli, musique de Ennio Morricone. Réédition à la Filmothèque du Quartier Latin, 9 rue Champollion, Paris 5ème

I movimenti di Pietro, nell’eseguire queste operazioni, sono meccanici e ispirati; e la sua voce che instancabile li commenta ha perso ogni colorazione: bassa, appena percettibile, essa segue esatta quei movimenti.

Bisogna inventare nuove tecniche - che siano irriconoscibili - che non assomiglino a nessuna operazione precedente. Per evitare così la puerilità e il ridicolo. Costruirsi un mondo proprio, con cui non siano possibili confronti. Per cui non esistano precedenti misure di giudizio. Le misure devono essere nuove, come la tecnica. Nessuno deve capire che l’autore non vale nulla, che è un essere anormale, inferiore - che come un verme si contorce per sopravvivere. Nessuno deve coglierlo in fallo di ingenuità. Tutto deve presentarsi come perfetto, basato su regole sconosciute, e quindi non giudicabili. Come un matto, sì, come un matto. Vetro su vetro, perché Pietro non è capace di correggere - ma nessuno se ne deve accorgere. Un segno dipinto su un vetro corregge senza sporcarlo un segno dipinto prima su un altro vetro. Ma tutti dovranno credere che non si tratti del ripiego di un incapace, di un impotente: bensì che si tratti invece di una decisione, sicura, imperterrita, alta e quasi prepotente: una tecnica appena inventata e già insostituibile. Oppure cellophane o garza incollati su vetro, e tutto trasparente su un po’ di segni che per caso siano riusciti bene sopra un cartone, dopo mille prove penose e mille altri cartoni stracciati. Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso, e tremando: e che appena un segno si presenta, per miracolo, riuscito bene, bisogna subito proteggerlo e custodirlo come in una teca. Ma nessuno, nessuno deve accorgersene. L’autore è un povero tremante idiota. Una mezza calzetta. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita alla malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa di perduto per sempre.

Pier Paolo Pasolini, Teorema, 1968 [il romanzo]

Venezie dimenticate

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Venezia è un dedalo, di calli, di storie, di pensieri. Perdendosi tra calli e pensieri, succede ancora di ritrovare le voci ormai dimenticate di scrittori, in librerie perdute fatte apposta per flâneurs perduti e scrittori nell’oblio. Scrittori amati, poi dimenticati ed oggi introvabili, apprezzati all’estero, bistrattati in Italia. Sollevano pensieri sul destino e la fama, sulla volubilità della fortuna, sul non-sense di quel filtro potentissimo – tra caso e volontà – che decide della perpetuazione o no di quelle voci, sull’implacabilità della moda. La storia dei dimenticati. Incontro fortuito con il libro « La confusione » di Pier Maria Pasinetti, uno scrittore fuori moda. Uno scrittore veneziano.

Venise est un dédale de calli, d’histoires, de pensées. En se perdant parmi les calli et les pensées, il peut encore arriver de retrouver des voix désormais oubliées d’écrivains, dans des librairies perdues faites pour les flâneurs perdus et les écrivains dans l’oubli. Des écrivains aimés, puis oubliés et aujourd’hui introuvables, appréciés à l’étranger, boudés en Italie. Ils soulèvent des refléxions sur le destin et de la célébrité, de la volubilité de la chance, le non-sense de ce filtre puissant – entre hasard et volonté – qui décide de la perpétuation ou pas de ces voix, l’implacabilité de la mode. L’histoire des oubliés. Rencontre fortuite avec le livre « Le sourire du lion » de Pier Maria Pasinetti, un écrivain pas de mode en Italie. Un écrivain vénitien.

« Lì c’è la fibra. Nata e cresciuta in quella città [...] quella città forte e tremenda con geli senza riparo e nebbie invernali e umido e disagi atroci, dove ci si deve muovere a piedi per la rete di stradine la cui complicazione toglie il respiro e sgomenta i visitatori. In secoli di riscaldamenti insufficienti, sul fango, mediante organizzazioni architettoniche e strutturali estremamente ardue, hanno creato i commerci, le galere, le arti, i divertimenti. È una città dura, dura, di pietra, con inondazioni ogni anno e non in campagne palustri ma nel più splendido centro della città, con spelonche sommerse che furono un tempo magazzini di spezie orientali o cripte di chiese. E geli, e nebbie nelle ossa, e poi viceversa estati in cui la pietra continua a scottare anche durante la notte… [...] La durezza di Venezia, mistura indissolubile di fantasia e di calcolo, di solidità e di follia ».

Pier Maria Pasinetti, La confusione, 1964

Des fleuves métaphysiques

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Rue des Martyrs, Paris 18ème

« Il y a des fleuves métaphysiques, mais c’est elle qui les nage comme cette hirondelle nage en l’air, tournant fascinée autour du clocher, se laissant tomber pour mieux rebondir avec l’élan. Je décris, je définis et je désire ces fleuves, elle les nage. Je les cherche, je les trouve, je les regarde du haut du pont, elle les nage.» Julio Cortazar, Marelle (Rayuela)

« Ci sono fiumi metafisici, lei vi nuota come quella rondine nuota nell’aria, girando allucinata intorno al campanile, lasciandosi cadere per poi alzarsi più alta di slancio. Io descrivo e definisco e desidero quei fiumi, lei vi nuota. » Julio Cortazar, Il gioco del mondo (Rayuela)


Été Tolstoï

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Été, lectures et tendances monomaniaques. Envie de romans, d’histoires monumentales, de personnages immenses et fabuleux, de s’oublier dans le flux des phrases. Commencer par Anna Karénine et enchaîner avec Guerre et paix. Est-il possible ? Oui, c’est possible. Été Tolstoï, été maniaque.

Estate, letture e tendenze monomaniache. Voglia di romanzi, di storie monumentali, di personaggi immensi e favolosi, di perdersi nel flusso delle frasi. Cominciare da Anna Karenina e continuare con Guerra e pace. È possibile? Sì, è possibile. Estate Tolstoj, estate maniaca.

éPHéMères

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ÉPHÉMÈRE
F. M. R.
(folie-mort-rêverie)
Les faits, m’errent
LES FAIX, MÈRES
Fernande aime Robert
pour la vie !
ÉPHÈMÈRe
ÉPHÉMÈRES

Louis Aragon, Le paysan de Paris, 1926

« Car c’est aujourd’hui seulement que la pioche les menace, qu’ils (les passages) sont effectivement devenus les sanctuaires d’un culte de l’éphémère, qu’ils sont devenus le paysage fantomatique des plaisirs et des professions maudites, incompréhensibles hier et que demain ne connaîtra jamais. » (Louis Aragon, Le paysan de Paris, 1926 cité par Walter Benjamin dans Le livre des passages).

Royaume de la flâneuse, les passages. La rue sensuelle du commerce, construite exclusivement afin de réveiller le désir (Walter Benjamin). Un lieu qui exerce sur moi une fascination particulière. Mélange de rêverie, signe, mémoire du Paris du XIXe siècle, la capitale déchue, lieu de l’ambigu et de la surprise. Très Dada, les passages. Le surréalisme est né dans un passage. Sur une chose Aragon se trompait, l’éphémère n’est pas disparu et est devenu le signe même, le culte de notre époque. Les passages qui ont survécu restent les sanctuaires de l’éphémère. Au Passage du Grand Cerf, le passage est devenu berceau et vitrine du design et de la communication, l’éphémère par excellence, création immaterielle au pouvoir.

Regno della flâneuse, i passages. Strada sensuale del commercio, fatta solo per risvegliare il desiderio (Walter Benjamin). Un luogo che esercita su di me un fascino particolare. Un misto di rêverie, di segno, memoria della Parigi del XIX secolo, la capitale caduta, luogo dell’ambiguo e della sorpresa. Molto Dada, i passages. Il surrealismo è nato in un passage. Su di una cosa Aragon si sbagliava, l’effimero non è scomparso ed è diventato il segno stesso, il culto della nostra epoca. Ed i passages che sono sopravvissuti continuano ad essere i santuari dell’effimero. Al Passage du Grand Cerf, il passage è diventato culla e vetrina del design e della comunicazione, l’effimero per eccellenza, creazione immateriale al potere.

[I passages di Parigi sono dei "corridoi ricoperti di vetro e dalle pareti rivestite di marmo, che attraversano interi caseggiati, i cui proprietari si sono uniti per queste speculazioni. Sui due lati di questi corridoi, che ricevono luce dall'alto, si succedono i più eleganti negozi, sicché un passage del genere è una città, un mondo in miniatura, nel quale chi ha voglia di fare acquisti può trovare tutto ciò di cui ha bisogno. Durante i rovesci di pioggia improvvisi, i passages diventano il rifugio di tutti i passanti colti di sorpresa, e consentono una passeggiata sicura, benché circoscritta, da cui traggono profitto anche i commercianti" (dalla Guida illustrata di Parigi del 1852 citata in Walter Benjamin, I "passages" di Parigi, ed. it. 2000).]

Le conte du chat branché

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Le chat. Le chat du voisin au style hype branché dans sa terrasse style Eden urbain. Gros, poilu, insouciant, snob. Il me regarde. Je le photographie. Il me regarde encore. Sans beaucoup d’intérêt, d’ailleurs. Il se promène, lourd, tranquille, lent. Un pas après l’autre, sans hâte. Il s’arrête. Il me regarde, à nouveau. Il baille. Achevé le tour de la terrasse, il rentre. Tranquillement. Le conte du chat branché.

Il gatto. Il gatto del vicino dallo stile hype trendy nella sua terrazza stil Eden urbano. Grosso, peloso, spensierato, snob. Mi guarda. Lo fotografo. Mi guarda ancora. Con scarso interesse, d’altronde. Passeggia, pesante, tranquillo, lento. Un passo dopo l’altro, senza fretta. Si ferma. Mi guarda, di nuovo. Sbadiglia. Completato il giro della terrazza, rientra, tranquillamente. Le conte du chat branché.